A MODERN SAFARI s/t CD

Alessandro Mattiuzzo, MusicBoom webzine
Quando si sposa la causa emo, capita di arrivare a produrre un dischetto dalla brillantezza chiara e limpida come questo degli A Modern Safari. Il gruppo romano non si dilunga, ma non lascia nulla a metà. Ama le atmosfere emozionali e dilatate, ma le racchiude in un album di sole 8 canzoni.
La particolarità che li distanzia da altre proposte simili è un cantato personale, che richiama certe splendide melodie anni 80, per una dolcezza della voce che ripesca reminescenze radicate in un canto rock inglese tipico del periodo citato.
Tutto questo è montato su una doppia chitarra, basso, batteria, sempre in punta di pizzico, o in punta di bacchetta, con un glockenspiel a entrare e uscire.
Il ricordo va anche alle cose primigenie dei Karate, quando ancora non si erano votati al jazz-rock.
Difficile notare un pezzo piuttosto che un altro. Forse l'iniziale People I know rappresenta il punto più alto della scrittura contenuta in questo CD, sospesa tra un malinconico sussurro inglese e una percussione piccola e ripetuta, accentuata da un wha wha di chitarra e da un vibrato prolungato.
Ma anche gli accenti sincopati di "Love the people", così perfettamente sospesa tra la sua tristezza di fondo e il suo ricordare da vicino le cose più intime dei R.E.M..
E' tranquillità, questo disco. E' atmosfera pesata e non pesante, anzi angelica nel suo scorrere sul tremolio di un glockenspiel, eppure dannatamente terrena nel suo affidarsi a strumenti elettrici ormai ancorati nella loro generazione e nelle successive.
E' bello, questo disco. Nelle sue cose semplici e faci è perfetto. Nel suo cantato imperfetto è efficace. Nei suoi pochi colpi di batteria è completo. Nel suo richiamare altre cose è nuovo. Consigliato.
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Carlo Bordone, Il Mucchio Selvaggio magazine
At the end of a year that brought little surprises and lots of conformism, it's so nice to find ourselves with the debut cd by Roma's A Modern Safari in our hands. First, because it's not easy to pigeon-hole it with our usual list of influences, and this is fine. Let's take the band's words for good -"You will like us if Low follows Love in your record collection": striking but misleading, since they have little in common with both- even if the demon of quoting forces us to suggest stuff like "The Van Pelt back together in late sixties California", "any band on Shinkansen (Trembling Blue Stars? with Geoff Farina on guitar and Lou Barlow at the mixing board", "Sarah Records memories on a Paisley Underground background" and on with our raving.
The other thing that we like about this record is that is made of songs that terribly romantic in their own way, and god knows how much we need them in these days. But no gratuitous cheesy stuff: drops of wellbeing laid down by bare pop pierced with exquisite melodic openings, quietly indie (two guitars, bass, drums, some soft electronics) but not free of older flavourings (some glockenspiel here and there).
Don't let the Central Park in the '70s front cover and titles like "Airport Aesthetics", "Weather Report", "Art & The Audience" or "Geometrical Forms" fool you: inane retro or post-modern pretentiousness is not in the plan of a safari that is absolutely modern. Sugegsted to anyone still hunting for italian pop that is indipendent and free from cages.
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Diego Masciotti, Movimenta webzine
Altri (piccoli) invisibili. Altri (grandi) romantici. Altri (nuovi) romantici.
A Modern Safari è il nuovo parto della Love Boat, consolidata realtà del sotterraneo italico e titolare di alcuni gioiellini indie di rara freschezza e intensità.
Quelle del trio roman(tic)o di area hardcore (ex-Timebomb), sono 8 cartoline che suonano classiche, perchè d'autore a tutti gli effetti, e moderne, perchè A Modern Safari è attento al recupero della poesia fatta musica senza tempo nè confini nè barriere. Pop di prima categoria che affonda le proprie radici in metà della musica emozionale statunitense e l'insieme è tutto un meraviglioso incastro di musiche quasi impalpabili e di fragorose derive care alla scuola indierock.
Le note introduttive dell'opera in questione parlano da sole: "la semplicità, come punto di arrivo". Una semplicità che si pone non solo come punto di arrivo, ma anche e soprattutto come punto di partenza. Una semplicità, diremmo, flemmatica ma capace di improvvisi saliscendi emotivi. E che cresce, cresce e scala i grattacieli. Cresce allo stesso modo del senso di libertà e rilassatezza che avvertiamo nella coppia, nei bambini, nel parco e negli stessi grattacieli che figurano in copertina. L'universo di A Modern Safari procede sonnacchioso e viscerale prendendo corpo e forma pian piano, durante l'alto minutaggio dei brani che lo compongono, diventando insieme imprescindibile. AMS ha scippato l'anima, il cuore, la penna del Farina e dei suoi Karate, ha mandato a memoria la lezione di coloro che riescono, anche solo con la voce e pochi altri strumenti essenziali, a colpire dritto al cuore specie quando, nel nostro caso, i cumuli strumentali si fanno intensi tanto da far sembrare che le note spuntino fuori dal nulla. Su di un improbabile asse che permette a Neil Young di dialogare con i Van Pelt e i Fugazi.
Poi riparte e spicca il volo. E il tutto appare come un piccolo prodigio.
A Modern Safari rappresenta il miglior esempio di pop emotivo che ci sia capitato di sentire negli ultimi anni : cristallino, unico e paradossalmente, a dispetto del suo essere calligrafico,
è un continuo caleidoscopio di invenzioni, capace di vertiginosi ritratti ora surreali ora quotidiani e vissuti. Carezze, dopo una pioggia torrenziale in primavera.
Ora, invochiamo il bis.
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Zurdano, Alternatizine webzine

Chissà quanto avranno rotto le scatole agli A Modern Safari per una loro somiglianza ai Karate… Immagino tanto. L’idea che danno non può essere che quella. Per la voce che ricalca molto quella di Geoff Farina (per non citare Noel Gallagher senza offesa), per i ritmi lenti e una batteria molto rilassata, per le chitarre che a volte si lasciano andare in escursioni blues (vedi l’assolo in “Geometrical Forms”). Eppure con un altro nome gli A Modern Safari quando erano più giovani facevano punk-hardcore e “odiavano troppo”, ma adesso i sentimenti sono cambiati. Hanno adottato uno spirito tra l’hippie e “il perdente contento”, quasi beatlesiano, basta leggere i titoli di alcune tracce, una su tutte “I love the people” che lascia intendere una romantica filosofia da “figli dei fiori” e in periodi come questi non fa per niente male.
Con quest’omonimo o senza titolo album lo stilema è da ricercare in quelli dei già citati Karate, ma ho trovato anche qualcosa di vecchio come Pink Floyd, a parte la copertina molto bella che ricorda certe loro immagini, ma soprattutto nell’accenno di qualche traccia (vedi “Contemporary apples”) che si evolve presto nella ricerca di suoni che mi fanno pensare alla new wave ’70 e ’80 o al miglior brit-pop moderno. Andando avanti nell’ascolto scopro delle ambientazioni campestri o comunque molto poco metropolitane dato che sono romani, mi vengono in mente i Pavement o i Dinosaur Jr o qualcos’altro di low-fi. Sicuramente mi sbaglio per queste ipotetiche influenze, ma in questo modo non penso più ai Karate e mi rendo conto che queste attitudini soft fanno degli A Modern Safari un gruppo pop, ma non nel significato più comune che si possa intendere, è un pop contaminato, forse più dotto. Pop-post-rock? Sicuramente un genere di difficile etichettatura (per quanto io odi darne) soprattutto nell’ambiente musicale indipendente romano e ancor di più italiano.
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Carlo Pastore, Rockit webzine
Dopo lo splendido split Giardini di Mirò/Deep End di qualche tempo fa, la Love Boat torna a riaffacciarsi con una produzione nuova di zecca su quello che una volta avevamo definito ‘il piccolo mare della musica indipendente italiana’. Come sempre dedita a suoni più obliqui che lineari, dunque, ecco a noi/voi gli A Modern Safari, quartetto romano che proverò a descrivervi spero con la stessa passione che vive dentro la musica di questo dischetto.
Certo non possiamo che parlare di rock: le otto canzoni qui contenute non sono altro che uno spaccato di cinquanta anni o più di guitar sound rivisitati secondo una prospettiva moderna e carismatica, seppur non ancora pienamente personale.
Immaginatevi di stare oltre il tempo, in un posto al di sopra delle cronologie e delle discografie, e di guardare giù: qui c’è il wah-wah e c’è Hendrix, qui c'è l’avant rock e il jazzy dei Karate, qui ci sono i Mogway e anche Neil Young. Qui ci sono canzoni dalle atmosfere vivide e dall’andatura solare, musica che parte dalle citazioni per decollare e andare oltre.
Dovreste visitare i paesaggi che vengono disegnati nelle parti più eteree e progressive del dischetto, dovreste amarne le sfumature e i colori che crescono e diminuiscono come le dinamiche, poi dovreste oscillare la testa aspettando che la musica si apra ancora una volta, un’altra volta.
Poco importa se la voce non è ancora pienamente matura o se il budget ha permesso solo uno studio buono e non uno eccellente, perché questo è un disco che trasuda anima ed emozioni come pochi al giorno d’oggi sanno fare. Questo è un disco che merita per davvero, e se non è primascelta è solo perché sono sicuro che il prossimo potrà essere ancora meglio, ancora più compiuto, ancora di più.
Non dimenticate “A modern safari”: quando per la prima volta ho sentito il finale di “Geometrical forms”, una lacrima, vi giuro, mi è scesa dagli occhi. Solitaria, sia chiaro, ma felice.
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Massimiliano Sanseverinati, Kathodik webzine
Corde appena sfiorate, ritmiche in primo piano che accarezzano senza mai distrarre la mente da un’atmosfera eterea e avvolgente. Suoni scarni insomma, ricchi di silenzi e avari di note se non essenziali alla linea melodica di ogni brano. Forse un nuovo concetto di safari in cui il viaggio nella savana diventa un viaggio nella propria mente e nella propria intimità, a caccia dei pensieri più remoti e riposti. Il primo riferimento che viene in mente ascoltando A modern Safari è sicuramente la band di quel geniaccio di Geoff Farina: l’ombra dei Karate si allunga su ogni brano di quest’album; un’ombra che però non toglie nulla alla proposta del gruppo romano che riesce a infondere in ognuno degli 8 brani una propria visione della musica. Rispetto alla band di Farina risalta una maggiore liricità, un’attitudine più melodica e meno sperimentale. La prima caratteristica dell’album a colpirmi è stata una certa geometricità, un forte connessione tra i diversi brani che rende l’ascolto un percorso unico senza soluzione di continuità; una caratteristica che in certi momenti si impone come il difetto più grande dell’intero album che manca di particolari picchi emotivi risultando in certi momenti troppo prevedibile. Su tutti i brani aleggia una soffice brezza pop, contaminata da ritmiche a volte jazzate (geometrical forms), un’attitudine al basso profilo, al sussurro che regala anche melodie accattivanti (when we were astronauts) in un mondo dove pop non significa solo le merde della Pausini! In certi momenti sembra di sentire un ipotetico incontro furtivo tra gli Yo la tengo più rarefatti e i Mogway dei momenti più pacati (I love the people, contemporary). Il brano che mi ha colpito maggiormente è sicuramente quello di chiusura (airport aesthetics), in cui il suono si fa più pieno e aggressivo con echi new wave e un cantato che ricorda molto da vicino il primo Michael Stipe. Una produzione più attenta ai suoni (in particolare le chitarre suonano piuttosto anonime) avrebbe sicuramente valorizzato una buona prova che potrebbe piacere anche al di là dei ristretti confini italici.
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Fabio Polvani, Blow Up magazine
From Timebomb's hardcore to A Modern Safari's quiet landscapes, it's an abyssal leap indeed. Especially considering that the whole line-up of this roman band is dealing with this drastic passage, reaching a sensibility that enables them to see things in a deep and and detached way, not just musically.
Their background surely has Karate and Neil Young, but these comparisons would not prove decisive, and looking for other ones is not so important. Better to count on the instinct of songs that slowly grow inside you, just like the crescendo movements of the opening "People I Know". Or songs that have you tasting nocturnal languors through the delicate and soft jazzy atmospheres of "Geometrical Forms" and "Weather Report". But Let's not forget the disarming notes of "I Love The People" or the rock/wave Fugazi-ish start of "Airport Aesthetics", that will help you shake a little numbness off.
The playing is accurate (with some glockenspiel and wah-wah nicely added), the songwriting level is encouraging in its qaulity and above all revealing, with its basking between sleepy textures inspiring clear images and watchful thoughts. A walkman record.

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Marco Delsoldato, Kronic webzine
Un sorriso sentimentaleLievemente indolenti, sembrano presentarsi con aria timida e riservata, ma appena si approfondisce la conoscenza con A Modern Safari è impossibile non percepire impressioni talmente avvolgenti da non volerle più abbandonare, perché lasciandole perderesti anche quel raro stato d’animo fra il malinconico ed il romantico, tipico di momenti unici, ma realmente “compresi” solo dopo averli vissuti e, spesso, persi.
Direttamente da Roma, grazie al solito occhio lungo di Andrea Pomini e della sua Love Boat, i nostri sfiorano, scappano e ritornano verso un’obliqua dimensione vagante fra il pop deviato e l’indie dei primi Karate, con alcune derivazioni slow e placide camminate strumentali. Non troviamo istanti sconvolgenti o “malati” e nemmeno folli schizzi geniali d’avanguardia, tuttavia una sensazione simile ad un’intrigante curiosità ci accompagna durante l’intero album: canzoni raffinate ed istintive, dense di “amore” perché, per dirla come il gruppo, ”…è tutto ciò di cui abbiamo bisogno”. E questo amore è circondato da sonorità intime, da chitarre soffuse ed accoglienti che non rinunciano, però, a sorprendere, come in “Contemporary Apples”, episodio strumentale a tinte cinematografiche, nei i vaghi echi jazz di “Weather Report” e in quelli tendenti al blues di “Geometrical Forms”. Solo in apparenza più convenzionali “People I Know” e “I Love The People”, i due “brani-manifesto” del disco: uno supera i sei minuti, l’altro i sette, entrambi in una dimensione indie-pop straniante che, pur non subendo mai improvvisi scossoni, riesce sempre ad accarezzare prima e a graffiare poi con una sussurrata dolcezza dipinta con i colori dell’alba.
Delicata ed elegante, la formazione capitolina mette in mostra un fascino non comune, soprattutto considerando alcune recenti produzioni del nostro paese…. Un inizio anno incoraggiante.
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Maurizio Marino, Rockerilla magazine
Who said that producing music of international level in Italy is impossible? Roma's AMS it's just the latest example of how many realities of our indie scene have nothing to envy from much more praised international names. In love with that particular sound that ideally connects Rain Parade and Karate passing through Secret Stars, Daniele Marini and his bandmates offer us an album of songs that are complex and simple at the same time, open to highly impressing instrumental solutions (listen to the jazzy leanings of "Geometrical Forms") and full of spontaneous humorality throwing quick brush strokes of daily impressionism, bringing to mind early Perturbazione circa "Waiting To Happen".
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Andrea Prevignano, Rumore magazine
Timeless indie rock melodies and a certain kindness in the exposition make this debut album by Roma's A Modern Safari (formerly known as Timebomb) an above average work in today's italian indie labels panorama. The press release suggests Low and Love as possible comparisons for the band's sound, but Pavement's more thoughtful moments or a less pretentious Karate could work as well. A remark that we could make to AMS is that they only count on one colour, intimate and private songs that on the long run tend to lose shine. But where more energetic and aggressive tones prevail (the final part of "Contemporary Apples" and the closing track "Airport Aesthetics") the band gains character. With this and other releases, Love Boat joins the other labels that bet on indipendent rock with an international breath, avoiding italian rock's sad cliches. Power to them.
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Captain Dobey, La Pagina Del Capitano weblog
Il cd che aspettavo per ravvivarmi il Natale è arrivato ai primi di Gennaio; poco male, resta comunque un disco fuori stagione. Se infatti l’inverno si adatta ai Madrigali Magri, il disco omonimo di A Modern Safari andrebbe suonato in una mattina di primavera, come quella raffigurata sulla copertina.
Tanto per mantenere il family feeling proprio della Love Boat, AMS è uno strano disco pop: “pop” nei suoni, negli intrecci vocali e nelle parole d’amore; “strano” nella struttura dei pezzi, lunghi e ricchi di passaggi strumentali, che ostinatamente sfiorano la noia per poi riaccendere improvvisamente l’interesse dell’ascoltatore.
Qui l’indie rock, che a un ascolto superficiale sembra farla da padrone, non è tanto un genere di riferimento, quanto il terreno su cui attecchiscono di volta in volta testimonianze di rock “classico”, che affiorano brevemente per poi dissolversi nel passaggio successivo. Così, alle tenui pennellate chitarristiche che, sovrapponendosi, vanno a costituire la struttura dei brani, si associano indissolubilmente tinte che rimandano via via ai R.E.M., ai Pink Floyd più pop, ai Beatles più intimisti (specie negli intrecci vocali), forse a tanti altri gruppi che non riconosco o non ho mai ascoltato; ma non mancano neppure inserti inattesi, come nell’assolo blues minimale di “Geometrical forms” o nella strumentale “Contemporary apples”, stupendo commento a un inesistente commedia italiana degli anni ’70, come avrebbe potuto scriverlo Piero Umiliani o Ennio Morricone.
Il risultato finale è un disco pop che non va ascoltato come un disco pop (richiede una soglia di attenzione superiore alla media…), fatto da ingenue canzoni d’amore composte e suonate con piglio da adulti. Un po’ come "Libera nos a Malo" di Luigi Meneghello; l’avete mai letto? Raccontare dei propri sedici anni senza far perderne la magia, la vitalità, l’entusiasmo, cose che spesso crescendo si abbandonano e invece, proprio "da grandi", possono assumere una nuova e utile prospettiva.
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Toninho, Mellife weblog
La prima volta che senti "Art And The Audience" di A Modern Safari, 7.25 di canzone, avverti una certa pesantezza. E' tutta una questione di minuti. Una sensazione momentanea. Perchè la canzone si dilata, non cresce, ma cambia.
Evolvendosi.
E' allora che diventa grande. Che lascia spazio al secondo e poi al terzo ascolto.
Minuto 3.46 di canzone. Batteria appena accennata, basso in sottofondo... spazio al "Tremolo" di una sola chitarra.
E' il punto di svolta.
Minuto 4.49, la canzone riprende il suo corso. Ma è quel minuto prima di sottofondo a fare la canzone.
Più di tutto il resto.
Più della voce in alcuni punti "Sloan", più dei soliti, scontati, inutili riferimenti a Pavement o Sonic Youth.
Più del coretto finale U2.
Ama La Musica leggera.
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Dudley, Do Something Pretty webzine
Pretty damningly and bizarrely, even the press release that accompanies this new Italian bands record describes their name as passe. You can transfer that to the music too. Not a lot to praise here; it's all perfectly well executed and played and it's nice enough, traces of U2, Echo and the Bunnymen and plenty of other old guitar heroes, Daniele Marini has a doleful indieboy voice and sounds earnest enough but it's been done a hundred thousand times before. If there is a next time, please try harder.
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Alessandro, Indiepop.it webzine
Può nella post-modernità un safari durare per un intero weekend? Domanda stupida e insignificante, ne converrò, ma al punto giusto. Insomma, dovrebbe piacervi: c'è il détournement del titolo del disco, un riferimento all'Italia tondelliana, ed un che di recensorio anglo/posticcio. Certo, adesso è un po' un casino farne coerentemente ridiscendere la recensione. Anche perchè siamo stanchi di psicodrammi, di primadonnismi, e persino di canzoni che reclamano troppa attenzione. All'uopo, qui c'è (o non c'è, sottigliezza da retore) trippa per gatti. Vorrei dire che questo è un disco suonato da cazzeggioni per cazzeggioni. Vorrei dire che la cartella stampa che mi arriva insieme al disco è vergata con spensieratezza, ma forse è solo il risultato di un brain storming di cervelli tonanti e votati alla piaga della scrittura creativa (in ogni caso io non ne cito stralci). Vorrei anche dire che l'etichetta, la Love Boat, è desaparecida, essendo irreperibile ormai il suo sito, svanito cadendo da un redirect, e sicuramente molto in bolletta (il plico col cd mi giunge affrancato con posta ordinaria -sì, esiste ancora- e dentro buste già utilizzate un paio di volte). Rispetto per la Love Boat, anche se è ormai praticamente visibile come una ghost ship. Il plico, come certe stelle estinte, potrebbe essere testimonzianza di una scomparsa avvenuta anni luce fa. Di mezzo ci sono le poste italiane...
...ma in realtà, come Claudio Rocchi sapeva, la realtà non esiste, neppure quella fantasmatica. E l'omonimo debutto dei romani A Modern Safari sta ad oscillare fra l'affermazione e la negazione di sé con molta nonchalance. Del resto questi sono gli ex Timebomb, hardcore band, niente di meno.
Un disco di cazzeggioni? Ad ascolti più attenti (che sono forse ascolti sempre più disattenti) emerge la brutale verità: questo è al contrario un disco molto levigato, di pop (o quasi-pop) matematico e certosino. Un disco semplice? L'effetto è quello -coadiuvato da qualche assolo cripto-karateka (da karate, la band di Geoff Farina) al limite del dilettantismo- ma forse questa ponderosa struttura ciclica si abbevera alle fonti di un'algebra indecifrabile.
Poi, di nuovo, la forza della menzogna: sembra che ad attraversare quest'opera ogni elemento bruci i ponti alle spalle immediatamente dopo l'ascolto e quella che vi rimane dentro sia solo la sensazione, in bilico fra frustrazione e calviniana leggerezza, di avere semplicemente bisecato il deserto, non sapendo neppure come si faccia.
O -se vi ricordate- in "Amore e Guerra" di Woody Allen, la madre di Boris confezionava delle frittelle perfette, servendosi di compassi, trigonometria e lavagna. Ecco, queste otto tracce/frittelle sono perfette a loro modo, anche se spesso il piacere del gusto deve fare i conti con la prominenza dell'impalcatura, e occorrerà, come quando si mangia il pesce, tirar fuori dalla bocca in continuazione, le spine. Se la vogliamo mettere sul piano del giudizio, A Modern Safari è un buon disco, circolare e assuefacente come piace a me e come piacerebbe agli American Analog Set, giocato sulla rifrazione rarefacente di tenui armonie. Strumentalmente spartano (chitarra, basso batteria e glockenspiel), armonicamente votato al risparmio umorale, sa diventare, nei suoi episodi migliori (l'iniziale people i know su tutte, ma anche when we were astronauts), pienamente soddisfacente.
Certo di strada ce n'è davanti. Eppure ce n'è anche dietro. Si può fare.
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